Creare ponti, spezzare confini

«È qui che voglio stare.»

È la frase di una storia che ho scritto e che continua a essere il mio modus vivendi, da quando ne ho salutato i personaggi.

Non c’è giorno che passi senza che io rivolga loro un pensiero, e loro ne rivolgono uno a me, facendomi sapere che la loro vita si è estesa ben oltre la parole “Fine”, scritta ormai  nove mesi fa. Il nostro appare come uno scambio epistolare, che si muove sul vento dell’ispirazione, effimero, virtuale, ma non per questo meno realistico. Non ci saranno altre parole, oltre quella fine, ma ci sono ancora mille emozioni da vivere insieme, a distanza, cavalcando le onde di un oceano impetuoso al ritmo di un cuore che pulsa, sotto la superficie di una pelle di foca.

L’immagine inserita in questo post è una delle tante “cartoline”, una prova che i personaggi che abbiamo amato non ci abbandonano mai e che la lor o essenza continua a scorrere nelle nostre vene d’inchiostro per sempre.

Ancora una volta devo ringraziare Pascal Campion, per la sua arte che crea ponti invisibili, che spezza i confini tra fantasia e realtà.

Mel

Come scrivere libri per ragazzi: 5 falsi miti e 5 consigli pratici

Qualche giorno fa mi sono ritrovata a parlare di scrittura per i giovani lettori con un’amica scrittrice, Marta Duò. Dato che sul web si trovano notizie non accurate sull’argomento e che si rischia di fare confusione, ho deciso di dedicargli un articolo, con la speranza che possa essere utile a chi desidera rivolgersi a questo genere di target.

Cominciamo, dunque, sfatando qualche falso mito al riguardo.

Falso mito n.1: Mi metto a scrivere una storia per ragazzi perché è più facile.

Parlare ai più piccoli, siano essi bambini in età scolare o adolescenti, non è mai semplice. Dobbiamo pensare, innanzi tutto, che oggigiorno i giovani – ma anche gli adulti – sono bombardati da numerosi stimoli, soprattutto visivi. Per questo motivo, bisogna essere in grado di attirare l’attenzione e saperla tenere viva, senza cadere in banalità né eccedere con effetti speciali di dubbia efficacia.

Falso mito n.2: È d’obbligo usare un linguaggio semplice e fantasioso.

Niente di più sbagliato! Una regola d’ordine, quando si scrive per ragazzi, è quella di rispettare l’intelligenza dei giovani lettori. I bambini e gli adolescenti non sono stupidi, per cui evitate di spiegare loro ogni cosa e di ridurre il lessico a parole semplici e a espressioni che li facciano sentire stupidi. Bisogna ricordare che non esiste tanto un linguaggio infantile, quanto piuttosto un modo diverso di vedere le cose e di interpretare il mondo. È lo sguardo dei vostri lettori che dovete adottare, senza cadere nelle banalità e nei cliché dettati dal pregiudizio adulto.

Ricordate, inoltre, che i libri per ragazzi servono anche alla formazione di questi ultimi, pertanto usare parole complesse può spronarli ad ampliare il loro raggio di conoscenza della lingua italiana, che non è affatto una cosa negativa.

Falso mito n.3: I libri per bambini sono troppo infantili per essere goduti da un pubblico adulto.

Se avete avuto modo di leggere libri per ragazzi degni di questo nome, vi sarete accorti che i migliori sono quelli che potrebbero essere letti e apprezzati anche da chi bambino non  è più. Se saprete esporre le vicende senza far sentire al ragazzo o al bambino la distanza tra la vostra età e la sua, allora riuscirete a scrivere una storia indimenticabile.

Falso mito n.4: I libri per ragazzi devono avere sempre un lieto fine.

I giovani sanno che non tutte le cose vanno come ci aspettiamo, nella vita. Un finale forzatamente felice infastidisce tanto gli adulti quanto i ragazzi. Il lettore esige coerenza e credibilità, e questo non deve essere diverso per i libri per un pubblico giovane. Inoltre, grazie all’esperienza che ho fatto lo scorso marzo nelle scuole, ho avuto modo di accorgermi di quanto i ragazzi di oggi siano disillusi. Credevo fosse un problema solo della mia generazione, sono rimasta sorpresa di constare che, invece, colpisce anche quelle successive. Nessuno dei ragazzi che ho incontrato crede nel cosiddetto “lieto fine”. È stato triste prenderne atto, ma è la realtà. Io, alla loro età, leggevo Harry Potter, loro, invece, cercano storie vere e drammatiche, perché rispecchiano la realtà e rispondono alle loro numerose domande. Basti pensare al numero sempre crescente di divorzi, alle gravi malattie che possono colpire un membro vicino o lontano della famiglia, alle minacce del terrorismo, alla violenza di cui siamo testimoni con i telegiornali… Insomma, è diventato difficile, per un giovane d’oggi, credere che l’amore sia eterno e che esistano famiglie felici come quelle del Mulino Bianco. I ragazzi sembrano cercare storie drammatiche perché vi si immedesimano, le trovano realistiche e sperano di trovare in esse le risposte su come reagire di fronte ai problemi della quotidianità.

Falso mito n.5: Non bisogna parlare dei tabù della società all’interno dei libri dedicati ai più giovani.

Tutto il contrario. I giovani hanno bisogno che si parli dei tabù, ne sono incuriositi e sono avidi di informazioni. Sentono il bisogno di sviluppare una propria opinione e di essere guidati verso la comprensione. Persino la morte e la malattia possono essere trattati per un pubblico di giovanissimi, l’importante è il modo in cui lo si fa. Vorrei ricordare, inoltre, che i migliori libri per ragazzi devono essere godibili anche per  un pubblico adulto: questo significa che dovranno avere diversi livelli di lettura. Sta alla bravura dello scrittore riuscire a rivolgersi a due fasce d’età differenti recapitando i giusti messaggi al target di appartenenza.

Ora che ci siamo ripuliti per bene da tutte le leggende metropolitane che circolano sulla letteratura per l’infanzia e per i giovani, è giunto il momento di passare a quello che vi interesserà di più, e cioè:

Stando a queste considerazioni, cosa bisogna fare se si desidera scrivere una storia per bambini/ragazzi?

Le regole di base sono sempre le stesse, come per qualsiasi genere di romanzo, tuttavia ci sono alcuni accorgimenti da prendere.

  1. Conoscere il proprio pubblico. Ormai ve l’ho detto fino alla nausea su questo blog: la documentazione è fondamentale.  In questo caso, documentatevi sulla fascia di età dei vostri lettori, dovete conoscerne i bisogni, gli interessi e le passioni, ma anche e soprattutto i problemi. Documentatevi, inoltre, su quelli che reputano i loro eroi, i loro miti e le situazioni nelle quali si identificano più facilmente. Potrebbe essere utile rileggere i vostri vecchi diari, se li avete, o guardare fotografie di quando avevate l’età di cui volete scrivere, per entrare con più facilità in quel determinato stato mentale ed emotivo.
  2. Stimolare la crescita psicologica del lettore, la comprensione di se stessi e del mondo. A seconda della fascia d’età alla quale intendiamo rivolgerci, la storia dovrà essere diversa, questo è ovvio. Un adolescente potrebbe preferire romanzi di formazione, per immedesimarsi con la crescita psico-fisica del protagonista. Il giovane lettore ama ritrovare nei libri le situazioni che nella sua quotidianità gli creano disagio, perché spera di trovare nel libro una risposta su come affrontarle. Ecco, dunque, che viene stimolata la crescita psicologica del lettore. Non è necessario che ci sia una morale all’interno della storia, ma quel che è più importante è non “sbatterla in faccia” al lettore. Bisogna fare in modo che egli arrivi da solo a dedurre l’insegnamento del romanzo che abbiamo scritto. Togliamoci dalla testa che i bambini e i ragazzi siano stupidi e parliamo loro come a nostri pari.
  3. Dire la verità. Non ha senso credere che, visto il target, un libro per ragazzi debba essere ingenuo e presentare le cose come fossero avvolte in una nuvola di zucchero filato. I giovani non hanno bisogno che gli adulti nascondano loro il dolore, le sofferenze, il male; al contrario, sentono la necessità di conoscerli per saperli affrontare nel modo giusto. Sanno che non esiste vittoria senza un sacrificio, che non c’è la vita senza la morte, così come non tutte le storie d’amore finiscono bene.
  4. Fare scelte stilistiche intelligenti. Prediligere capitoli brevi a quelli lunghi, invogliando così a leggere anche nei piccoli ritagli di tempo. Un libro per ragazzi dovrebbe avere continui picchi di tensione nella trama, per mantenere alta l’attenzione. A questo proposito, si sconsigliano le lunghe descrizioni: meglio fare largo uso di dialoghi vivaci e ben studiati, che velocizzano la narrazione.
  5. Leggere libri per ragazzi. Come sempre, il modo migliore per imparare a scrivere è LEGGERE, e tanto anche. Imparate dai grandi, dal loro stile, approcciandovi alla lettura con occhio critico e attento. A questo proposito, vi fornisco di seguito una lista approssimativa di libri per ragazzi che meritano di essere letti, soprattutto se desiderate scrivere per questo target.
  • Momo, Michael Ende
  • Papà gambalunga, Jean Webster
  • Anna dai capelli rossi, Lucy Maud Montgomery
  • Piccole donne, Louisa May Alcott
  • Il signore delle mosche, William Golding
  • Il giardino segreto, Frances Hodgson Burnett
  • Qualcuno con cui correre, David Grossmann
  • Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, Luis Sepùlveda
  • Harry Potter, J.K.Rowling
  • Cuore d’inchiostro, Cornelia Funke
  • Le avventure di Jacques Papier, Michelle Cuevas
  • Olga di carta, Elisabetta Gnone
  • Matilde, Il GGG, La Fabbrica di Cioccolato, Roal Dahl
  • Queste oscure materie, Philipp Pullman
  • L’Accademia del Bene e del Male, Soman Chainani
  • Sette minuti dopo la mezzanotte, Patrick Ness e Siobhan Dowd
  • Se è una bambina, Beatrice Masini
  • La storia di Mina, David Almond
  • Il figlio del cimitero, Neil Gaiman
  • La figlia dei ghiacci, Matthew Kirby

Non mi resta, dunque, che augurarvi buon lavoro e, se vi va, ditemi la vostra opinione.

Mel

 

 

Scheletri nel cassetto

In questi giorni ho avuto modo di rileggere gli scritti di quando ero adolescente.

È stato interessante notare il cambiamento da quel periodo a oggi dal punto di vista della scrittura, e negli ultimi anni sento di essere migliorata molto.

A rileggermi adesso, noto i difetti della mia scrittura passata, le similitudini banali e ridondanti, gli “show don’t tell” inesistenti e i personaggi piatti, sempre uguali e stereotipati.

La cosa, però, che mi ha colpito di più è stata l’assenza di una pianificazione efficace della storia. Scrivevo di getto e senza prendere appunti, questo mi portava irrimediabilmente a interrompere la storia poco dopo averla cominciata: non avevo una meta, neppure i miei personaggi ne avevano una.

La cosa più importante che mi abbiano insegnato i personaggi delle mie ultimissime storie, di cui due già pubblicate, è stata proprio l’importanza della documentazione, di uno schema con le varie tappe della trama, più o meno abbozzate, non importa… uno scheletro da tenere nel cassetto deve esserci sempre.

Iniziare una storia senza uno scheletro, sarebbe come salpare dal porto senza una bussola in tasca a indicarci la direzione giusta da imboccare.

Spesso chi inizia a scrivere si chiede come fare per portare a termine una storia senza arrendersi prima, e il segreto, secondo me, è proprio questo: lo scheletro, la bussola.

Mel

Le 8 cose che ogni autore si sente dire almeno una volta nella vita.

Le seguenti affermazioni sono tratte da storie vere di ordinaria follia (la mia, insieme a quelle di conoscenti e amici scrittori).

  1. Cosa c’è scritto sulla tua carta d’identità nella professione?“. La gente pensa che basti pubblicare un libro per fare di voi degli scrittori di professione, ma non è così. Scordatevi di vivere di rendita, anzi: con ogni probabilità il vostro “lavoro” si avvicinerà a quanto di più simile ci sia a quello di un mendicante…
  2. Tanto lo hai scritto tu, no? Quindi, se me lo regali, non ci perdi niente.” Ci perdo eccome, invece! Mai regalare un libro a chi non se lo merita e MAI lasciar credere alle persone che il vostro lavoro non abbia un valore. Ci sarà sempre chi se ne approfitterà, chi cercherà di strapparvi una copia gratuita, ma bisogna imparare a farsi valere in questo mondo di sciacalli.
  3. Nella nostra libreria non teniamo i libri di autori esordienti/di piccoli editori, ci dispiace (bugia, in verità non ci dispiace affatto)”. Preparatevi a litigare con i librai, questi sconosciuti, perché sanno essere davvero crudeli con chi esordisce.
  4. Vuoi fare una presentazione nel mio negozio? Ma qui ho poco spazio, se devo ospitare una presentazione lo faccio per Fabio Volo o Massimo Gramellini, non di certo per uno come te!“. Non ci sono parole per descrivere questa affermazione, se non quelle già espresse al punto 3.
  5. Hai scritto un libro? Ah. Ma non ti sembra di aver perso tempo?“. La gente non si rende conto di quanto possa costare mettere su carta pensieri, creare personaggi con un certo spessore, dare vita a una storia e farlo nel modo giusto. Impiegare quattro, sei, otto ore al giorno davanti alla tastiera del pc non è una perdita tempo. Certo, non sarà come lavorare in fabbrica, ma è comunque un lavoro e come tale dovrebbe essere considerato (e stipendiato, ma questo è un altro discorso…).
  6. Non leggo libri di autori italiani.” Questi esemplari sono in crescente aumento, purtroppo, e bisogna farci i conti, presto o tardi che sia. Ricordate loro – per quanto possa valere – che parlano in italiano (o forse no?), vivono in Italia e dovrebbero essere più patriottici. Non tutti gli italiani scrivono bene, è vero, ma neppure tutti gli statunitensi, se è per questo. Leggere un libro pensato nella propria lingua madre è molto diverso dal leggerne uno tradotto. A questa categoria si aggiungono, poi, quelli che: “Io non leggo libri scritti da donne” e allora in quel caso non sono sicura di riuscire a rispondere delle mie azioni.
  7. Vorrei tanto comprarlo, ma non ho i soldi dietro, ho lasciato il portafoglio a casa.” Due minuti dopo comprano il gelato al nipote, un libro che non è il tuo, un paio di infradito e un pacchetto di sigarette.
  8. Non posso comprare il tuo libro, ma non scoraggiarti! Vai avanti così, eh!“. No, certo che non mi scoraggio! Perché dovrei?

E voi? Avete qualche altra voce da aggiungere all’elenco?

Mel

Un sogno, un segno.

Alcuni sogni ci accompagnano dalla tenera età per non abbandonarci più.

Ci segnano, ci guidano, ci definiscono come persone.

Una notte di tanti anni fa feci un sogno molto simile all’immagine qui sotto e quell’attività notturna della mia mente infantile mi segnò a tal punto che ancora oggi ne ricordo dettagli, contorni, messaggi.

Alcune cose non si dimenticano, si avvinghiano al cuore e all’anima con la tenacia dell’edera.

Quel mio sogno si traduce in un’unica, semplice e bellissima parola. È un marchio a fuoco che non va via, che a volte fa male, altre ancora ha il sapore della conquista:

LIBERTÀ.

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Mel

[Illustrazione di Pascal Campion]

La segretezza perduta degli autori

C’è stato un tempo in cui l’autore non aveva alcun bisogno di farsi conoscere. Rimaneva nell’ombra, non rilasciava interviste né era obbligato a comparire in pubblico, a rivelare i retroscena della sua arte.

Be’, quei tempi sono finiti da un pezzo.

Non so in quanti si siano chiesti in che modo sia cambiata la figura dell’autore nel tempo. Nessuno, inoltre, credo si stia domandando quanto possa costare rivelare il dietro le quinte della stesura di un romanzo al pubblico di lettori.

Viviamo in un mondo in cui essere social significa esistere. Ormai viene dato per scontato che ogni persona debba avere un profilo pubblico, consultabile in qualsiasi momento e da chiunque. Da questo aspetto non vengono esclusi gli scrittori, implicitamente obbligati a diventare veri e propri personaggi pubblici, pronti a condividere ogni istante della propria vita con i lettori, avidi di informazioni, desiderosi di curiosare sulla scrivania di chi scrive, ma anche nella sua casa, nella sua vita privata e quotidiana.

Mesi fa lessi Daphne di Tatiana De Rosnay, biografia della scrittrice Daphne du Maurier. Per chi non la conoscesse, Daphne è l’autrice, tra gli altri, di Jamaica Inn, Mia cugina Rachele, Rebecca la prima moglie e Gli Uccelli, questi ultimi due trasposti sul grande schermo da Hitchcock. Daphne era un’autrice sui generis già ai suoi tempi, e ne faceva un vanto. Rilasciò interviste solo in età avanzata e a seguito di continue insistenze, non amava posare davanti alla macchina fotografica per vedere una sua immagine pubblicata sui giornali e non desiderava esporsi. Sosteneva, infatti, che un autore dovesse essere apprezzato per la sua scrittura e per le opere partorite dalla sua fantasia, e non per il suo aspetto o per qualche intervista comparsa sui Daphne du Mauriergiornali. Eppure, nell’arco della sua vita, Daphne poté essere testimone di un cambiamento che sarebbe degenerato sempre di più, fino ad arrivare ai giorni nostri.

La nostra modernità ha trasformato lo scrittore nella macchietta di se stesso. Non è difficile vedere autori che elemosinano vendite, fermando i passanti alle fiere di settore per provare a vendere una copia del loro ultimo romanzo. Ci sono autori che fanno volantinaggio o che intasano di pubblicità le bacheche di Facebook, Twitter e Instagram con la speranza di accaparrarsi lettori, o anche solo una manciata di visualizzazioni.

E, a proposito di visualizzazioni, sono quelli i numeri che importano, ormai. Più si è visualizzati, più si ha possibilità di esistere in quel mare di volti e di stimoli che è il web, dove tutto è immagine e apparenza.

Per essere conosciuti e costruirsi un solido numero di lettori, bisogna inventarsi mille capriole letterarie, contenuti sempre nuovi e stimolanti. Nascono allora i blogtour, gli incontri esclusivi con gli autori ai quali partecipare per conoscere importanti retroscena del loro lavoro, le presentazioni, le video-interviste, le dirette su Facebook… ed ecco che lo scrittore, da dietro la scrivania, viene chiamato a uscire dalla sua solitudine per finire sotto i riflettori di blogger e lettori impazziti.

Dopo aver letto un libro, oggi siamo semplicemente abituati a porci delle domande. Siamo naturalmente spinti a digitare sulla barra di ricerca di Facebook il nome e il cognome dell’autore. Siamo insoddisfatti, non ci basta più l’ultima pagina dell’opera che abbiamo letto e apprezzato, vogliamo ulteriori contenuti, li pretendiamo, quasi. Se non troviamo notizie pubbliche sull’autore del cui libro ci siamo affezionati, rimaniamo delusi e con l’amaro in bocca.

Un tempo, però, non era così, e non parlo del pleistocene… Quando ero bambina, o anche adolescente, non avrei mai pensato di poter parlare con il mio scrittore preferito. Il libro era l’unico contatto che avessi con lui, e aspettavo con trepidazione ogni nuova uscita dell’autore che amavo, perché mi avrebbe permesso di tornare nel suo mondo, di sognare e viaggiare con la mente grazie alla sua penna.

Ormai tutto questo non basta e bisogna improvvisarsi attori. La società nella quale ci troviamo ci impone di mostrare agli altri quello che siamo, il nostro mondo, e non importa quanto privato possa essere. Anzi: quanto più è privato, tanto più sarà interessante agli occhi del pubblico.

“Ogni segreto dell’anima di uno scrittore, ogni esperienza della sua vita, ogni qualità della sua mente è scritto in grande nelle sue opere”

Virginia Woolf

La scrittura è un’arte molto intima, rispetto ad altre espressioni artistiche. È risaputa la caratteristica terapeutica dello scrivere, non è un segreto, dunque, che gli scrittori  – anche se non tutti – inseriscano molto di loro nelle proprie opere, nascondendovi spesso anche traumi appartenenti al passato. Scrivere significa saper scavare nei recessi della propria anima e tirarvi fuori tutto ciò che di buono – o di cattivo – vi abbiamo sepolto, e non è detto che si voglia condividere tutto questo in modo diretto. Ci sono dei passi che vengono scritti con il cuore in mano e con tutta la fragilità dell’essere umani. Ci sono brani che sono costati dolore, scritti quasi con il sangue. Non è detto che un autore desideri parlare di tutto questo con i propri lettori e svelare le motivazioni che lo hanno spinto a scrivere una scena in un determinato modo.

Va da sé che ognuno sia libero di fare ciò che vuole. Il problema, però, è che la società spesso non lascia la libertà di scelta che spetterebbe: o si è social, oppure si è fuori dal sistema e tanti cari saluti. Non esistono le gradazioni di grigio, ma solo il bianco e il nero.

È di poche ore fa la notizia che ha visto J.K. Rowling attaccata dalla collega scrittrice Joanna Trollope per via del suo essere costantemente attiva su Twitter, dove interagisce con i suoi follower e sente il bisogno di esprimete la propria opinione sulla politica e quant’altro. «È deprimente pensare che tanti aspiranti autori guardano a questi scrittori famosi con milioni di follower e pensano che questo sia il modo in cui bisogna operare. Non lo è affatto: in realtà è proprio il contrario», ha affermato la Trollope.

In parte mi trovo d’accordo con la sua opinione, perché per via di chi continua a sbandierare il proprio lavoro sui social, ci rimette – e tanto anche – chi social non lo è affatto. A questo punto, dunque, la libertà di scelta si riduce di molto, e ci si trova divisi tra il venire meno ai propri principi o la rinuncia ad avere un folto pubblico di lettori, forti e sempre attenti.

Stando così le cose, posso dire di apprezzare e comprendere gli scrittori che si tutelano dietro uno pseudonimo. Un tempo, forse, avrei pensato ingenuamente che fossero vigliacchi, privi di una qualsiasi autostima e che si vergognassero del proprio operato. Ora, invece, sono arrivata a comprendere la scelta che si trova a monte. Dietro uno pseudonimo si cela la volontà di tutelare la propria opera e la propria persona, di non sentirsi costretti a finire sotto i riflettori, a condividere il proprio mondo interiore con degli sconosciuti. Il falso nome permette di essere apprezzati solo e soltanto per quello che si è scritto, eliminando ogni superficialità.

E a chi dice che chi pubblica sotto pseudonimo non potrà raggiungere alcun successo, rispondo che esistono casi significativi in cui è accaduto esattamente il contrario. Virginia de Winter e Elena Ferrante sono solo due nomi di scrittrici che si sono fatte conoscere pur non comparendo in pubblico e non mostrando alcuna foto di sé.

Do ragione alla Trollope quando dice che tutto questo esibizionismo non deve essere considerato come la normalità. Non posso che essere concorde anche sull’opinione che l’espansività di alcuni autori finisca per nuocere, indirettamente, anche alla letteratura: si dà più importanza al personaggio-autore che non al contenuto dei suoi libri, e questo va contro lo scopo della scrittura stessa.

Credo fermamente che ognuno debba avere la libertà di comportarsi come meglio crede, ma ci vorrebbe il rispetto per le scelte altrui, qualsiasi esse siano, con la consapevolezza che non tutti gli scrittori sono pronti a condividere la propria vita con i lettori, ma non per questo devono essere meno meritevoli di altri.

Mel

10 (scomode) verità per gli scrittori

  1. Concludere la stesura di un libro non è una fine, ma solo l’inizio di una strada lunghissima e tutta in salita, che spesso prosciugherà ogni energia, sia mentale che fisica. La scelta dell’editore, che per alcuni potrebbe sembrare facile, porterà via mesi. Una volta scelto, non è detto che lui scelga voi… per cui bisognerà prepararsi ad altrettanti mesi/anni di attesa. Se avrete la fortuna di ricevere una risposta positiva, aspettatevi altri mesi di lavoro per la correzione del vostro romanzo (sì, ancora!), per l’editing e poi, finalmente, l’uscita in libreria. Anche in questo caso non si tratta di un arrivo, ma solo di una delle tante tappe che costellano la strada percorsa dallo scrittore.
  2. L’autore, soprattutto se è un povero sconosciuto, non si arricchisce con i suoi libri. Toglietevi dalla testa il fatto che si possano pagare le bollette con quello che si ricava dai propri romanzi, perché è un miraggio. Forse, quando gli va bene, l’autore può pagare una pizza per due persone, con i diritti d’autore ricavati da un anno di vendite.
  3. Spesso quello che l’autore sborsa di tasca propria è di gran lunga maggiore rispetto a quello che guadagna. Locandine per eventi, affitti di locali per le presentazioni, viaggi fuori porta per provare a promuovere il proprio libro e per partecipare alle fiere… sono solo alcuni esempi delle spese che un autore può avere.
  4. I librai non sono amici degli scrittori. Nella maggior parte dei casi, anzi, sono tra i loro più acerrimi nemici.
  5. Le presentazioni non vi renderanno famosi, con ogni probabilità vi rivolgerete solo a una platea di amici/parenti, a volte vi ritroverete addirittura da soli e le vostre brillanti speranze faranno la fine di un treno deragliato.
  6. Se non avete una solida cerchia di conoscenti, probabilmente avete già perso in partenza. Per chi non possiede un gran numero di amicizie, è difficile vendere anche solo un centinaio di copie e la strada si farà ancora più  difficoltosa.
  7. La grande editoria non è il porto più sicuro al quale approdare. Esiste ancora la leggenda metropolitana secondo la quale pubblicare con i big dell’editoria faccia di noi degli autori affermati e che ci assicuri il successo nel quale abbiamo sempre sperato. Spesso i colossi dell’editoria, se siete esordienti o emergenti, non vi faranno comunque comparire nelle librerie di catena ed è molto probabile che non vi facciano alcuna pubblicità, esattamente come accade nella piccola editoria. Sarete sempre e solo voi a dovervi fare strada nel mondo, contando sulle vostre sole forze e diventando imprenditori di voi stessi.
  8. Se volete provare a emergere, dovete togliervi dalla testa l’idea di restare chiusi nella vostra stanza e gettare alle ortiche l’ideale di scrittore avvolto da un alone mistico che lo erge a divinità intoccabile. Dovete camminare in mezzo alla gente, spesso arrivare a snaturarvi. Dovete essere social, metterci la faccia e raccontare la vostra vita a perfetti sconosciuti, perché è questo che il lettore di oggi si aspetta. Dovrete inventare sempre nuovi contenuti, reinventarvi da capo e controllare costantemente le visualizzazioni sui vostri blog/siti/profili social, perché sono quelli i numeri che conteranno per voi. Dovrete elemosinare recensioni su amazon, organizzare eventi virtuali con blogger non sempre ben disposti e gestire un vero e proprio ufficio stampa per promuovervi.
  9. L’autore, anche se è esaurito da tutte le incombenze della vita quotidiana, dai problemi con le case editrici e con i librai e dal tempo che deve spendere dietro allo schermo del pc per fare pubbliche relazioni digitali, deve trovare il tempo (e la voglia) di continuare a scrivere, ma soprattutto deve SORRIDERE sempre. Nessuno meglio di voi saprà quanto vi costa ogni sorriso e quanta sofferenza possa nascondersi dietro di esso. Nessuno, inoltre, si spiega come mai alcuni autori siano così indisponenti, così schivi o perché scrivano mail frettolose. Non ci si spiega come mai alcuni autori siano più lenti di altri nel farsi conoscere: dopotutto, chi scrive perde del gran tempo, per cui ne ha da vendere… [NOTA: il punto 8 non vuole essere una giustificazione alle risposte sgarbate o lapidarie di certi autori, ma siamo esseri umani e, come tali, sbagliamo, ci arrabbiamo e superiamo i nostri limiti di sopportazione.]
  10. Nonostante le delusioni, le porte chiuse in faccia e le risposte sgarbate di chi non capisce il vostro lavoro, dovete ritrovare l’entusiasmo iniziale e fregarvene di tutto quello che intorno a voi rema contro. Lo scrittore è un lottatore, un combattente che non può permettersi di abbassare la guardia.

Questa lista non vuole scoraggiare nessuno. I punti che ho redatto servono ai lettori per comprendere quanto sia difficoltosa la vita per uno scrittore, ma serve anche agli aspiranti autori: nessuno mi ha avvisata di quello a cui sarei andata incontro, quando pubblicai il mio primo romanzo, e, forse, avrei voluto qualcuno a prepararmi. Ci sono verità difficili da digerire anche adesso, dopo quattro anni dal mio esordio letterario. Alcune delle cose che ho scritto le ho vissute (e le vivo ancora) sulla mia pelle, altre sono ispirate a esperienze di amici e conoscenti.

Scrivere è bello, ma se volete fare gli scrittori non potete sperare che vada sempre tutto liscio. I momenti bui ci sono e ci saranno sempre, basta munirsi in anticipo dello spirito giusto per poterli affrontare.

Mel