Le 8 cose che ogni autore si sente dire almeno una volta nella vita.

Le seguenti affermazioni sono tratte da storie vere di ordinaria follia (la mia, insieme a quelle di conoscenti e amici scrittori).

  1. Cosa c’è scritto sulla tua carta d’identità nella professione?“. La gente pensa che basti pubblicare un libro per fare di voi degli scrittori di professione, ma non è così. Scordatevi di vivere di rendita, anzi: con ogni probabilità il vostro “lavoro” si avvicinerà a quanto di più simile ci sia a quello di un mendicante…
  2. Tanto lo hai scritto tu, no? Quindi, se me lo regali, non ci perdi niente.” Ci perdo eccome, invece! Mai regalare un libro a chi non se lo merita e MAI lasciar credere alle persone che il vostro lavoro non abbia un valore. Ci sarà sempre chi se ne approfitterà, chi cercherà di strapparvi una copia gratuita, ma bisogna imparare a farsi valere in questo mondo di sciacalli.
  3. Nella nostra libreria non teniamo i libri di autori esordienti/di piccoli editori, ci dispiace (bugia, in verità non ci dispiace affatto)”. Preparatevi a litigare con i librai, questi sconosciuti, perché sanno essere davvero crudeli con chi esordisce.
  4. Vuoi fare una presentazione nel mio negozio? Ma qui ho poco spazio, se devo ospitare una presentazione lo faccio per Fabio Volo o Massimo Gramellini, non di certo per uno come te!“. Non ci sono parole per descrivere questa affermazione, se non quelle già espresse al punto 3.
  5. Hai scritto un libro? Ah. Ma non ti sembra di aver perso tempo?“. La gente non si rende conto di quanto possa costare mettere su carta pensieri, creare personaggi con un certo spessore, dare vita a una storia e farlo nel modo giusto. Impiegare quattro, sei, otto ore al giorno davanti alla tastiera del pc non è una perdita tempo. Certo, non sarà come lavorare in fabbrica, ma è comunque un lavoro e come tale dovrebbe essere considerato (e stipendiato, ma questo è un altro discorso…).
  6. Non leggo libri di autori italiani.” Questi esemplari sono in crescente aumento, purtroppo, e bisogna farci i conti, presto o tardi che sia. Ricordate loro – per quanto possa valere – che parlano in italiano (o forse no?), vivono in Italia e dovrebbero essere più patriottici. Non tutti gli italiani scrivono bene, è vero, ma neppure tutti gli statunitensi, se è per questo. Leggere un libro pensato nella propria lingua madre è molto diverso dal leggerne uno tradotto. A questa categoria si aggiungono, poi, quelli che: “Io non leggo libri scritti da donne” e allora in quel caso non sono sicura di riuscire a rispondere delle mie azioni.
  7. Vorrei tanto comprarlo, ma non ho i soldi dietro, ho lasciato il portafoglio a casa.” Due minuti dopo comprano il gelato al nipote, un libro che non è il tuo, un paio di infradito e un pacchetto di sigarette.
  8. Non posso comprare il tuo libro, ma non scoraggiarti! Vai avanti così, eh!“. No, certo che non mi scoraggio! Perché dovrei?

E voi? Avete qualche altra voce da aggiungere all’elenco?

Mel

La segretezza perduta degli autori

C’è stato un tempo in cui l’autore non aveva alcun bisogno di farsi conoscere. Rimaneva nell’ombra, non rilasciava interviste né era obbligato a comparire in pubblico, a rivelare i retroscena della sua arte.

Be’, quei tempi sono finiti da un pezzo.

Non so in quanti si siano chiesti in che modo sia cambiata la figura dell’autore nel tempo. Nessuno, inoltre, credo si stia domandando quanto possa costare rivelare il dietro le quinte della stesura di un romanzo al pubblico di lettori.

Viviamo in un mondo in cui essere social significa esistere. Ormai viene dato per scontato che ogni persona debba avere un profilo pubblico, consultabile in qualsiasi momento e da chiunque. Da questo aspetto non vengono esclusi gli scrittori, implicitamente obbligati a diventare veri e propri personaggi pubblici, pronti a condividere ogni istante della propria vita con i lettori, avidi di informazioni, desiderosi di curiosare sulla scrivania di chi scrive, ma anche nella sua casa, nella sua vita privata e quotidiana.

Mesi fa lessi Daphne di Tatiana De Rosnay, biografia della scrittrice Daphne du Maurier. Per chi non la conoscesse, Daphne è l’autrice, tra gli altri, di Jamaica Inn, Mia cugina Rachele, Rebecca la prima moglie e Gli Uccelli, questi ultimi due trasposti sul grande schermo da Hitchcock. Daphne era un’autrice sui generis già ai suoi tempi, e ne faceva un vanto. Rilasciò interviste solo in età avanzata e a seguito di continue insistenze, non amava posare davanti alla macchina fotografica per vedere una sua immagine pubblicata sui giornali e non desiderava esporsi. Sosteneva, infatti, che un autore dovesse essere apprezzato per la sua scrittura e per le opere partorite dalla sua fantasia, e non per il suo aspetto o per qualche intervista comparsa sui Daphne du Mauriergiornali. Eppure, nell’arco della sua vita, Daphne poté essere testimone di un cambiamento che sarebbe degenerato sempre di più, fino ad arrivare ai giorni nostri.

La nostra modernità ha trasformato lo scrittore nella macchietta di se stesso. Non è difficile vedere autori che elemosinano vendite, fermando i passanti alle fiere di settore per provare a vendere una copia del loro ultimo romanzo. Ci sono autori che fanno volantinaggio o che intasano di pubblicità le bacheche di Facebook, Twitter e Instagram con la speranza di accaparrarsi lettori, o anche solo una manciata di visualizzazioni.

E, a proposito di visualizzazioni, sono quelli i numeri che importano, ormai. Più si è visualizzati, più si ha possibilità di esistere in quel mare di volti e di stimoli che è il web, dove tutto è immagine e apparenza.

Per essere conosciuti e costruirsi un solido numero di lettori, bisogna inventarsi mille capriole letterarie, contenuti sempre nuovi e stimolanti. Nascono allora i blogtour, gli incontri esclusivi con gli autori ai quali partecipare per conoscere importanti retroscena del loro lavoro, le presentazioni, le video-interviste, le dirette su Facebook… ed ecco che lo scrittore, da dietro la scrivania, viene chiamato a uscire dalla sua solitudine per finire sotto i riflettori di blogger e lettori impazziti.

Dopo aver letto un libro, oggi siamo semplicemente abituati a porci delle domande. Siamo naturalmente spinti a digitare sulla barra di ricerca di Facebook il nome e il cognome dell’autore. Siamo insoddisfatti, non ci basta più l’ultima pagina dell’opera che abbiamo letto e apprezzato, vogliamo ulteriori contenuti, li pretendiamo, quasi. Se non troviamo notizie pubbliche sull’autore del cui libro ci siamo affezionati, rimaniamo delusi e con l’amaro in bocca.

Un tempo, però, non era così, e non parlo del pleistocene… Quando ero bambina, o anche adolescente, non avrei mai pensato di poter parlare con il mio scrittore preferito. Il libro era l’unico contatto che avessi con lui, e aspettavo con trepidazione ogni nuova uscita dell’autore che amavo, perché mi avrebbe permesso di tornare nel suo mondo, di sognare e viaggiare con la mente grazie alla sua penna.

Ormai tutto questo non basta e bisogna improvvisarsi attori. La società nella quale ci troviamo ci impone di mostrare agli altri quello che siamo, il nostro mondo, e non importa quanto privato possa essere. Anzi: quanto più è privato, tanto più sarà interessante agli occhi del pubblico.

“Ogni segreto dell’anima di uno scrittore, ogni esperienza della sua vita, ogni qualità della sua mente è scritto in grande nelle sue opere”

Virginia Woolf

La scrittura è un’arte molto intima, rispetto ad altre espressioni artistiche. È risaputa la caratteristica terapeutica dello scrivere, non è un segreto, dunque, che gli scrittori  – anche se non tutti – inseriscano molto di loro nelle proprie opere, nascondendovi spesso anche traumi appartenenti al passato. Scrivere significa saper scavare nei recessi della propria anima e tirarvi fuori tutto ciò che di buono – o di cattivo – vi abbiamo sepolto, e non è detto che si voglia condividere tutto questo in modo diretto. Ci sono dei passi che vengono scritti con il cuore in mano e con tutta la fragilità dell’essere umani. Ci sono brani che sono costati dolore, scritti quasi con il sangue. Non è detto che un autore desideri parlare di tutto questo con i propri lettori e svelare le motivazioni che lo hanno spinto a scrivere una scena in un determinato modo.

Va da sé che ognuno sia libero di fare ciò che vuole. Il problema, però, è che la società spesso non lascia la libertà di scelta che spetterebbe: o si è social, oppure si è fuori dal sistema e tanti cari saluti. Non esistono le gradazioni di grigio, ma solo il bianco e il nero.

È di poche ore fa la notizia che ha visto J.K. Rowling attaccata dalla collega scrittrice Joanna Trollope per via del suo essere costantemente attiva su Twitter, dove interagisce con i suoi follower e sente il bisogno di esprimete la propria opinione sulla politica e quant’altro. «È deprimente pensare che tanti aspiranti autori guardano a questi scrittori famosi con milioni di follower e pensano che questo sia il modo in cui bisogna operare. Non lo è affatto: in realtà è proprio il contrario», ha affermato la Trollope.

In parte mi trovo d’accordo con la sua opinione, perché per via di chi continua a sbandierare il proprio lavoro sui social, ci rimette – e tanto anche – chi social non lo è affatto. A questo punto, dunque, la libertà di scelta si riduce di molto, e ci si trova divisi tra il venire meno ai propri principi o la rinuncia ad avere un folto pubblico di lettori, forti e sempre attenti.

Stando così le cose, posso dire di apprezzare e comprendere gli scrittori che si tutelano dietro uno pseudonimo. Un tempo, forse, avrei pensato ingenuamente che fossero vigliacchi, privi di una qualsiasi autostima e che si vergognassero del proprio operato. Ora, invece, sono arrivata a comprendere la scelta che si trova a monte. Dietro uno pseudonimo si cela la volontà di tutelare la propria opera e la propria persona, di non sentirsi costretti a finire sotto i riflettori, a condividere il proprio mondo interiore con degli sconosciuti. Il falso nome permette di essere apprezzati solo e soltanto per quello che si è scritto, eliminando ogni superficialità.

E a chi dice che chi pubblica sotto pseudonimo non potrà raggiungere alcun successo, rispondo che esistono casi significativi in cui è accaduto esattamente il contrario. Virginia de Winter e Elena Ferrante sono solo due nomi di scrittrici che si sono fatte conoscere pur non comparendo in pubblico e non mostrando alcuna foto di sé.

Do ragione alla Trollope quando dice che tutto questo esibizionismo non deve essere considerato come la normalità. Non posso che essere concorde anche sull’opinione che l’espansività di alcuni autori finisca per nuocere, indirettamente, anche alla letteratura: si dà più importanza al personaggio-autore che non al contenuto dei suoi libri, e questo va contro lo scopo della scrittura stessa.

Credo fermamente che ognuno debba avere la libertà di comportarsi come meglio crede, ma ci vorrebbe il rispetto per le scelte altrui, qualsiasi esse siano, con la consapevolezza che non tutti gli scrittori sono pronti a condividere la propria vita con i lettori, ma non per questo devono essere meno meritevoli di altri.

Mel

10 (scomode) verità per gli scrittori

  1. Concludere la stesura di un libro non è una fine, ma solo l’inizio di una strada lunghissima e tutta in salita, che spesso prosciugherà ogni energia, sia mentale che fisica. La scelta dell’editore, che per alcuni potrebbe sembrare facile, porterà via mesi. Una volta scelto, non è detto che lui scelga voi… per cui bisognerà prepararsi ad altrettanti mesi/anni di attesa. Se avrete la fortuna di ricevere una risposta positiva, aspettatevi altri mesi di lavoro per la correzione del vostro romanzo (sì, ancora!), per l’editing e poi, finalmente, l’uscita in libreria. Anche in questo caso non si tratta di un arrivo, ma solo di una delle tante tappe che costellano la strada percorsa dallo scrittore.
  2. L’autore, soprattutto se è un povero sconosciuto, non si arricchisce con i suoi libri. Toglietevi dalla testa il fatto che si possano pagare le bollette con quello che si ricava dai propri romanzi, perché è un miraggio. Forse, quando gli va bene, l’autore può pagare una pizza per due persone, con i diritti d’autore ricavati da un anno di vendite.
  3. Spesso quello che l’autore sborsa di tasca propria è di gran lunga maggiore rispetto a quello che guadagna. Locandine per eventi, affitti di locali per le presentazioni, viaggi fuori porta per provare a promuovere il proprio libro e per partecipare alle fiere… sono solo alcuni esempi delle spese che un autore può avere.
  4. I librai non sono amici degli scrittori. Nella maggior parte dei casi, anzi, sono tra i loro più acerrimi nemici.
  5. Le presentazioni non vi renderanno famosi, con ogni probabilità vi rivolgerete solo a una platea di amici/parenti, a volte vi ritroverete addirittura da soli e le vostre brillanti speranze faranno la fine di un treno deragliato.
  6. Se non avete una solida cerchia di conoscenti, probabilmente avete già perso in partenza. Per chi non possiede un gran numero di amicizie, è difficile vendere anche solo un centinaio di copie e la strada si farà ancora più  difficoltosa.
  7. La grande editoria non è il porto più sicuro al quale approdare. Esiste ancora la leggenda metropolitana secondo la quale pubblicare con i big dell’editoria faccia di noi degli autori affermati e che ci assicuri il successo nel quale abbiamo sempre sperato. Spesso i colossi dell’editoria, se siete esordienti o emergenti, non vi faranno comunque comparire nelle librerie di catena ed è molto probabile che non vi facciano alcuna pubblicità, esattamente come accade nella piccola editoria. Sarete sempre e solo voi a dovervi fare strada nel mondo, contando sulle vostre sole forze e diventando imprenditori di voi stessi.
  8. Se volete provare a emergere, dovete togliervi dalla testa l’idea di restare chiusi nella vostra stanza e gettare alle ortiche l’ideale di scrittore avvolto da un alone mistico che lo erge a divinità intoccabile. Dovete camminare in mezzo alla gente, spesso arrivare a snaturarvi. Dovete essere social, metterci la faccia e raccontare la vostra vita a perfetti sconosciuti, perché è questo che il lettore di oggi si aspetta. Dovrete inventare sempre nuovi contenuti, reinventarvi da capo e controllare costantemente le visualizzazioni sui vostri blog/siti/profili social, perché sono quelli i numeri che conteranno per voi. Dovrete elemosinare recensioni su amazon, organizzare eventi virtuali con blogger non sempre ben disposti e gestire un vero e proprio ufficio stampa per promuovervi.
  9. L’autore, anche se è esaurito da tutte le incombenze della vita quotidiana, dai problemi con le case editrici e con i librai e dal tempo che deve spendere dietro allo schermo del pc per fare pubbliche relazioni digitali, deve trovare il tempo (e la voglia) di continuare a scrivere, ma soprattutto deve SORRIDERE sempre. Nessuno meglio di voi saprà quanto vi costa ogni sorriso e quanta sofferenza possa nascondersi dietro di esso. Nessuno, inoltre, si spiega come mai alcuni autori siano così indisponenti, così schivi o perché scrivano mail frettolose. Non ci si spiega come mai alcuni autori siano più lenti di altri nel farsi conoscere: dopotutto, chi scrive perde del gran tempo, per cui ne ha da vendere… [NOTA: il punto 8 non vuole essere una giustificazione alle risposte sgarbate o lapidarie di certi autori, ma siamo esseri umani e, come tali, sbagliamo, ci arrabbiamo e superiamo i nostri limiti di sopportazione.]
  10. Nonostante le delusioni, le porte chiuse in faccia e le risposte sgarbate di chi non capisce il vostro lavoro, dovete ritrovare l’entusiasmo iniziale e fregarvene di tutto quello che intorno a voi rema contro. Lo scrittore è un lottatore, un combattente che non può permettersi di abbassare la guardia.

Questa lista non vuole scoraggiare nessuno. I punti che ho redatto servono ai lettori per comprendere quanto sia difficoltosa la vita per uno scrittore, ma serve anche agli aspiranti autori: nessuno mi ha avvisata di quello a cui sarei andata incontro, quando pubblicai il mio primo romanzo, e, forse, avrei voluto qualcuno a prepararmi. Ci sono verità difficili da digerire anche adesso, dopo quattro anni dal mio esordio letterario. Alcune delle cose che ho scritto le ho vissute (e le vivo ancora) sulla mia pelle, altre sono ispirate a esperienze di amici e conoscenti.

Scrivere è bello, ma se volete fare gli scrittori non potete sperare che vada sempre tutto liscio. I momenti bui ci sono e ci saranno sempre, basta munirsi in anticipo dello spirito giusto per poterli affrontare.

Mel

Cacciatori di stelle su trapunte di nuvole

Sc18527389_1663577003670566_7771754154530522765_orivere è un po’ così: rincorrere stelle su prati di cielo, afferrare la luce prima che svanisca con lo sbocciare del sole al mattino.
La scrittura è un po’ come guardare la notte con gli occhi di un bimbo, impaurito dal buio infinito, ma catturato dai bagliori tremolanti delle stelle, curioso dei mondi che si nascondono su di esse.
Scrivere è tenere per mano personaggi, percorrere con loro un sentiero buio, a tratti rischiarato da lucciole, per poi lasciarli liberi di spiccare il volo per nuovi orizzonti.
Essere scrittori significa custodire un mondo sconosciuto, avere il privilegio di vivere sulla pelle emozioni non proprie e vite delle quali non si è protagonisti, ma semplici spettatori. Lo scrittore è così, cacciatore di stelle su una trapunta di nuvole.

Mel

Raccogliere storie come conchiglie

In questo periodo sto cercando di recuperare un po’ di classici per arricchire la mia cultura personale di base. Non avevo mai letto niente di Virginia Woolf prima d’ora, e credo fermamente di essermi persa molto, ma c’è sempre tempo per recuperare. Così ho deciso di iniziare da “Una stanza tutta per sé”, che non sarà il suo testo più conosciuto, ma i suoi argomenti mi interessavano in modo particolare, per cui eccovi il motivo della mia scelta.

Se siete lettori voraci, conoscerete bene la meraviglia che coglie chi prende in mano il libro giusto al momento giusto, per cui non starò qui a spiegarvela. Sappiate soltanto che  questo saggio mi ha fatto provare proprio quel genere di incanto.

In poco più di un centinaio di pagine, l’autrice affronta il tema della letteratura femminile, indagando le difficoltà che la donna delle epoche passate si è trovata davanti nell’esprimere il proprio pensiero e la propria creatività.

1ea5cfc0b1a5e420fd441690833aa364“Se vuole scrivere romanzi, una donna deve avere del denaro e una stanza tutta per sé”, scriveva la Woolf. Sono parole sempre attuali, le sue, non si può fare altro che ammetterlo.

Virginia Woolf riflette sul fatto che i letterati d’un tempo – e del suo tempo – potevano essere considerati tali solo se avevano dei soldi da investire per la propria educazione e per poter viaggiare, conoscendo così le meraviglie del mondo e non rimanendo ingabbiati in una realtà quotidiana sempre uguale, immutabile, deprimente e priva di stimoli, come invece erano costrette a fare le donne. L’uomo poteva permettersi un’educazione degna di questo nome e, se voleva scrivere, poteva contare su una stanza tutta per sé. La donna, al contrario, svolgeva la propria vita in salotto, a ricamare, a badare alla prole, o in cucina e nei campi. Non le era concesso un luogo in cui poter rimanere in solitudine e in silenzio, veniva costantemente interrotta dai familiari e, per questo, dobbiamo apprezzare ancor di più le opere delle sorelle Brontë e di Jane Austen (tra le tante). Queste figure femminili di grande importanza scrivevano su un numero di fogli limitato, che acquistavano non senza fatica. E si dedicavano alla stesura delle loro opere di nascosto (Jane Austen), nel bel mezzo di un salotto e con interruzioni continue.

Oggigiorno la situazione è cambiata di poco, se si pensa che anche nella nostra epoca moderna la donna che scrive è chiamata a svolgere diverse mansioni e, per questo, non è così scontato che possieda una stanza tutta per sé. A questo, però, voglio aggiungere un’altra nota. Lo scrittore di oggi – e mi riferisco ad ambo i sessi, non solo a quello femminile – ha davvero bisogno di denaro, ma non per l’educazione, quanto per promuovere le proprie opere e viaggiare, sì, ma per far conoscere al mondo la sua scrittura.

Spesso non ci si rende conto di quanto sia difficile la vita di uno scrittore emergente. Si pensa che basti una pubblicazione con un piccolo editore e una manciata di presentazioni per vendere una grande quantità di copie e guadagnare, ma non è così, sarebbe troppo facile, altrimenti. No. La verità è che lo scrittore emergente di oggi è un lottatore, un sognatore caparbio e infaticabile che deve dare continua prova di sé e delle proprie capacità. E quando gli (o le) sembrerà di aver conquistato un traguardo, ecco che subito gliene si presenterà un altro ancora più difficile da raggiungere di quello precedente. Per non contare, poi, tutte quelle altre difficoltà che si presentano lungo il suo cammino, che sperava fosse roseo e che tutti gli/le sorridessero dandogli pacche amorevoli sulla spalla.

Lo scrittore di oggi sogna in grande, ma prima o poi si trova a dover fare i conti con la dura realtà. Ma credete, forse, che questo basti a scoraggiarlo? No! Se ha abbastanza fegato e si dimostra caparbio, va avanti per la sua strada a testa alta e impara ad affrontare la vita esattamente come i suoi stessi personaggi affrontano la storia e le difficoltà che l’autore ha posto sul suo cammino.

Lo confesso: dopo tutto questo studiare tecniche narrative, stili di scrittura e la costruzione di trame e personaggi, ho iniziato a credere di essere un personaggio a mia volta. Un personaggio che viene posto davanti a delle scelte, sul cui cammino l'”autore” pone delle difficoltà. Ebbene, ho intenzione di scrivere da sola la mia storia e, per questo, supererò gli ostacoli e darò vita alla trama della mia esistenza, costruendola un pezzo alla volta, proprio come si fa per i romanzi.

Ma torniamo a noi e alla mia (da ora) amatissima Virginia Woolf:

“Finché scrivete ciò che desiderate scrivere, questa è la sola cosa che conta; e se questo conta per secoli interi o solo per poche ore, nessuno può dirlo. Ma sacrificare un frammento del vostro sogno, una minima sfumatura del suo colore, per compiacere [qualcuno] è il più vile dei tradimenti al cui confronto il sacrificio della ricchezza o della castità, che si diceva essere il più grande dei disastri umani, non è che un morso di pulce.”

A questo pensiero vorrei aggiungere quello di un’altra scrittrice, Daphne du Maurier (autrice de Gli Uccelli, Mia cugina Rachele, Rebecca la prima moglie e Jamaica Inn), la quale sosteneva che per scrivere non si dovesse temere nessuno, altrimenti non valeva la pena di farlo.

Sono due concetti, quello della Woolf e quello della du Maurier, che restano validi ancora – e soprattutto – nel nostro mondo moderno e nella giungla dell’editoria che uno scrittore deve apprestarsi ad affrontare brandendo una sciabola, nell’attesa di incontrare la prima tigre che desideri sbranarlo.

Sì, perché non crediate che lo scrittore moderno sia libero di esprimere il proprio estro creativo e le proprie idee più dei grandi pilastri della letteratura del passato. Nossignori. L’editore di oggi non fa altro che chiedere agli autori di sfornare i libri che si presume i lettori vogliano leggere. E così ci troviamo gli scaffali inondati di mattoncini di carta , un ottimo combustibile per il camino nelle fredde sere invernali. Non si può parlare di letteratura, infatti; mi rifiuto di considerare certi sedicenti romanzi come tali, non vogliatemene. E qui, dunque, mi riallaccio a quanto scritto da Virginia Woolf: non credo sia giusto scrivere per compiacere amici e parenti, né tanto meno per seguire le mode dettate dall’editoria. La scrittura, quella vera, è ben altra cosa, e sarebbe l’ora di far capire a chi di dovere che il lettore sa scegliere la qualità e la sa riconoscere. Forse per questo ho una voglilibri viaggi vitea crescente di sperimentare la piccola editoria, di scovare tesori tra le pieghe di quel mare che è la letteratura degli scrittori emergenti italiani. E, forse, ciò è dovuto anche alla mia consapevolezza di tutta la fatica affrontata da un autore che ha deciso più o meno consapevolmente di ingrassare la schiera di soldati della piccola editoria.

La Woolf scriveva ancora:

“Se voleste farmi contenta – e di persone come me ce ne sono a migliaia – dovreste scrivere libri di viaggio e di avventura, opere di ricerca e di erudizione, viaggi storici e biografie, e poi opere di critica, di filosofia e scienza. Se farete questo, voi certamente farete progredire l’arte del romanzo. Perché i libri hanno un modo tutto proprio di influenzarsi a vicenda. […] Quando vi chiedo di scrivere più libri, vi incito a fare una cosa che contribuirà al vostro bene e al bene del mondo intero. […] Lo scrittore, io credo, ha la possibilità di vivere più a lungo degli altri, in presenza di questa realtà. Egli ha il compito di trovarla, raccoglierla, e comunicarla a tutti noi. Perché la lettura di questi testi [che esprimono la realtà] sembra compiere una curiosa operazione rigenerativa sui nostri sensi; a lettura ultimata vediamo più intensamente; il mondo ci appare messo a nudo e animato da una vita più intensa. […] Cosicché quando vi chiedo di guadagnare dei soldi e di procurarvi una stanza tutta per voi, vi sto chiedendo di vivere in presenza della realtà una vita che, a quanto sembra, rinvigorisce, che la si possa o meno comunicare agli altri. “

Da queste righe si evince che il lettore di un tempo cercasse opere letterarie di diverso genere, ma tutte accomunate da un certo realismo, nonché dall’alta qualità della scrittura e dei concetti espressi attraverso di essa. Perché oggi dovrebbe essere diverso? Se ho riportato degli stralci dell’opera di Virginia Woolf è perché vorrei far riflettere anche voi, insieme a me. Lo scrittore ha davvero il compito di raccogliere esperienze come conchiglie sulla spiaggia del tempo, e, proprio per le sue qualità e capacità non comuni a tutti, ha il dovere di raccontarle. Il tipo di opere che ne scaturisce suscita esattamente le stesse emozioni che la Woolf ha descritto tanto bene, e non c’è niente di più bello che vivere mille vite oltre alla propria, grazie alla letteratura. Infine, è vero che la scrittura impreziosisce l’animo umano, che rinvigorisce e permette di vivere una vita piena. Gli scrittori, con le parole che hanno scritto di loro pugno, possono vivere per sempre, perché lo sappiamo tutti: scripta manent.

E allora vi chiedo solo di scegliere con accuratezza a quali autori donare l’immortalità, perché saranno quelli che scegliete oggi a diventare i pilastri della letteratura per le generazioni di domani.

Pensateci. Riflettete. E siate lettori, scrittori e consumatori consapevoli.

Mel

[Credits immagine di copertina: Giancarbon. Fonte altre immagini: Pinterest.]

 

Sulla scrittura

Arriva un momento in cui chi ama scrivere sente il bisogno di leggere le esperienze di altri scrittori. Dopo essersi cimentati nell’arte della scrittura da autodidatti, si potrebbe provare addirittura interesse verso manuali e saggi di tipo tecnico, che aiutino a sciogliere dubbi, a sfatare miti o, più semplicemente, che diano dei validi e professionali consigli.

Io ho iniziato da quelli che vi elenco qui sotto. Non affrontate questo post come fareste con una recensione, perché non è mia intenzione recensire i libri che ho letto sul tema scrittura. Prendete piuttosto la seguente lista come un piccolo excursus, una panoramica generale sui testi da me letti e studiati per permettervi di farvi un’idea e di scegliere quello che sentite più adatto a voi.

Stephen King On Writing“On Writing. Autobiografia di un mestiere”, Stephen King

Il libro di King è un classico, prima o poi tutti si imbattono nel suo saggio di scrittura. È stato di grande ispirazione per me, offrendomi numerosi spunti. Non avevo mai letto niente di King, perché il genere di cui scrive non rientra nei miei preferiti, ma sono stata felice di potermi avvicinare a On Writing e di godere dei suoi insegnamenti. Non è stato necessario conoscere a menadito le opere dello scrittore per comprendere i contenuti del testo. La prima parte del libro è autobiografica e racconta gli episodi principali della vita di Stephen King come scrittore, le sue esperienze e i passi che lo hanno condotto a diventare uno degli autori più venduti su scala mondiale. La seconda parte, invece, è un prontuario di scrittura creativa e racchiude i suoi consigli, le sue riflessioni. On Writing è un testo che apre gli occhi e che permette di farsi un’idea sugli errori più comuni, ma anche di sentirsi a casa. Le parole di King, talvolta, coccolano il lettore (scrittore a sua volta), facendolo sentire meno “solo” nel suo mestiere di fabbricante di storie.

Scrivere un romanzo - Donna Levin“Scrivere un romanzo”, Donna Levin

Se desiderate un manuale tecnico sulla scrittura, quello di Donna Levin potrebbe fare proprio al caso vostro. L’autrice insegna a creare personaggi convincenti, offrendo ottimi spunti, e a ideare trame efficaci. Ampio spazio viene dato anche al punto di vista della narrazione e alle regole di base riguardo aggettivi, avverbi e figure retoriche. Molto buoni sono anche i suggerimenti per la revisione dei propri scritti. Si tratta di un testo che offre un valido aiuto agli aspiranti scrittori e a chi scrive per passione, a mio parere sarebbe ancora meglio leggerlo/studiarlo insieme al titolo seguente.

Master di scrittura creativa - Jessica Page Morrell“Master di scrittura creativa”, Jessica Page Morrell

Anche questo è un manuale tecnico, ma, a differenza di quello della Levin, qui vengono indagate alcune tecniche di narrazione in più, scendendo maggiormente nei particolari. Se desiderate approfondire l’utilizzo di prologhi ed epiloghi, capire come strutturare la trama dei vostri romanzi in modo che in esse sia presente la giusta dose di azione e suspense e come delineare delle descrizioni efficaci, allora Master di scrittura creativa fa al caso vostro.

Ho letto il libro della Levin e quello della Morrell in contemporanea e sono rimasta soddisfatta da entrambe le letture, per cui vi consiglio di prenderli insieme, perché si completano l’un l’altro.

Il mestiere dello scrittore, John Gardner“Il mestiere dello scrittore”, John Gardner

Anche questo, come “On Writing” di Stephen King, non è un manuale tecnico, ma un saggio in cui sono riportate le esperienze dell’autore e le sue conoscenze acquisite grazie al mestiere di insegnante di scrittura creativa. È molto valido, ma se cercate un testo che vi insegni a costruire una trama o dei bei personaggi, allora non fa per voi. Gardner sfiora molti argomenti all’interno del suo saggio, primo tra tutti – quello che occupa la maggior parte del libro – è come si riconosce uno scrittore di talento con possibilità di successo. Analizza in modo scrupoloso e attento le varie tipologie di scrittori, riportando numerosi esempi, permettendo a chi legge di riconoscersi in una o più categorie. “Il mestiere dello scrittore”, quindi, parla più che altro delle qualità che uno scrittore deve possedere, riguarda la sua formazione e la sua impostazione mentale, l’approccio che egli ha nei confronti di ciò che scrive. È un volume che arricchisce sia dal punto di vista personale che da quello culturale e artistico, pur non trattando argomenti di natura tecnica. È utile soprattutto per chi desidera insegnare scrittura creativa, poiché spiega come relazionarsi con i propri allievi in modo efficace e produttivo. Anche in questo caso ci si sente meno soli nel leggere le esperienze di Gardner, ci si rincuora per il fatto di non essere gli unici scrittori insicuri a sentirsi pazzi visionari in preda all’estro creativo e, talvolta, in balia della trance. Gardner offre infiniti spunti di riflessione e approfondimento, ponendo l’accento soprattutto sulla proprietà di linguaggio e sull’originalità linguistica, due punti di fondamentale importanza per chi desidera diventare scrittore. L’ultima parte del testo è dedicata all’analisi di alcune figure dell’editoria, come l’editor e l’agente letterario, utili per fare chiarezza nella mente di chi non conosce questi mestieri. Il libro di Gardner si legge tutto d’un fiato come un romanzo. Non sarà un manuale tecnico, ma ho imparato molto dagli insegnamenti dell’autore ed è stato illuminante sotto ogni punto di vista, per cui lo considero un classico, un must per ogni scrittore o aspirante tale.

Il mestiere di scrivere, Raymond Carver“Il mestiere di scrivere”, Raymond Carver

Nell’acquistare questo libro, mi aspettavo un saggio sulla scia di On Writing di Stephen King, ma mi sbagliavo. Quello di Carver non è un testo concepito in modo unitario, ma consiste in una serie di saggi brevi e introduzioni scritti dall’autore per le sue opere o semplicemente riguardo il suo mestiere di scrittore. A differenza del libro di King, quello di Carver fa continui riferimenti agli altri libri dello stesso autore, per cui consiglio di leggerlo solo dopo aver visionato la produzione carveriana. Potrebbe risultare utile, inoltre, a chi ama scrivere racconti e/o poesie, piuttosto che ad autori di romanzi. Il mestiere di scrivere non racconta in modo autobiografico o tecnico la professione dello scrittore, come dicevo si tratta di una serie di brani e di note messi insieme dall’editore. Nonostante io sia rimasta in parte delusa da questa lettura, ho trovato molto interessante la parte finale, in cui è riportata una registrazione fatta durante una delle lezioni che Carver teneva in uno dei suoi corsi di scrittura. Tale registrazione, riportata sotto forma di discorso nel testo, permette di farsi un’idea di quello che significhi revisionare i propri scritti, offrendo degli spunti di riflessione rilevanti e molto utili.

Se conoscete altri manuali e saggi validi sulla scrittura creativa, lasciate i titoli in un commento. Sarò felicissima di arricchire la sezione della mia libreria a essa dedicata.

Mel

Scrivi solo di cose che conosci bene

Con il tempo, questa frase è diventata per me un vero dogma, la regola prima per iniziare ogni nuovo racconto da trasporre su carta.
Perché la storia che si ha in mente sia efficace e proceda senza intoppi, bisogna essere sicuri di quello che si scrive, conoscere a menadito la materia con cui si ha intenzione di lavorare.
Questa regola vale per ogni aspetto del libro o racconto che ci si appresta a scrivere: dall’ambientazione ai mestieri svolti dai personaggi, dall’epoca storica al tipo di abbigliamento… insomma, tutto.
L’attenzione che si ripone in ogni dettaglio determinerà la coerenza e il realismo di quello che si andrà a scrivere, compromettendone o, al contrario, aumentandone il risultato finale.
Spesso si tende a sottovalutare l’importanza della documentazione, pensando che sia superflua e dando per scontato che il lettore non si ponga troppe domande di fronte a un romanzo, ma non è così.
Se si decide di ambientare la propria storia in un luogo e in un tempo precisi, sarà d’obbligo studiare e informarsi al riguardo. Per rendere credibile quello di cui volete raccontare, dovete necessariamente offrire un contorno al lettore, e quel contorno deve essere curato nei minimi dettagli, in modo quasi maniacale.
Se ambientate una storia nel medioevo, chiedetevi quali cibi si servissero sulle tavole dei nobili e dei contadini, quali abiti si indossassero e studiate i nomi specifici di quel tipo di abbigliamento. Studiate gli avvenimenti storici fino a conoscerli a memoria, dovete saperli cantare mentre saltellate su un piede girando su voi stessi e battendo le mani xD
Scherzi a parte, avete capito cosa intendo, no?
A questo punto, forse, starete pensando che sia meglio lasciar perdere i “secoli bui”, perché non avete proprio voglia di tornare sui banchi di scuola per conoscere la storia di Carlo Magno o per imparare le caratteristiche dell’arte romanica.
Penserete che possa essere più semplice parlare dell’epoca in cui viviamo, in fondo vivete qui e ora, giusto?
No, niente di più sbagliato, spiacente di deludervi.
Ipoteticamente parlando, mettiamo caso che il vostro racconto/libro sia ambientato a New York. Ci siete mai stati? Avete girato per le strade, praticandole in auto, sui mezzi pubblici e a piedi? Avete mai preso un taxi nella Grande Mela? E ancora: avete girato in mezzo alla gente, sbirciato dentro i negozi, praticato i quartieri della periferia newyorkese?
Se la risposta a tutte (o a parte) di queste domande è no, allora torniamo al punto da cui eravamo partiti, e cioè:
prima di scrivere, bisogna documentarsi e studiare a fondo.
Da questo non si scampa, è inevitabile, indiscutibile.
Ma allora, direte voi, questo significa che devo per forza ambientare i miei scritti nei posti in cui ho vissuto o che ho praticato, oppure in un mondo del tutto inventato dove sono solo io a dettare le regole del tempo e dello spazio.
Non necessariamente.
Per fortuna, in nostro soccorso ci sono i libri scritti da altri autori da cui possiamo attingere informazioni preziose, e non parlo solamente di saggi o trattati di storia. Se vi interessa il periodo rinascimentale, leggete i libri di Dante e Petrarca, per esempio, rispolverate quello che avete imparato al liceo, e poi leggete libri di scrittori che si sono ampiamente documentati sull’argomento e che hanno pubblicato romanzi con l’ambientazione che vi interessa.
Fortunatamente, uno dei pregi della nostra epoca moderna è la condivisione di contenuti, un tempo impossibile per mancanza di mezzi. Se volete ambientare un romanzo o un racconto a Berlino, una cosa che potete fare (ma non l’unica, ovviamente) è andare a farvi un giro virtuale della città, sia su google maps con la modalità street view che su YuoTube: nella rete si nascondono spunti davvero interessanti, che permettono di viaggiare stando comodamente seduti sulla poltrona a sorseggiare una tazza di tè davanti allo schermo del pc.
L’unico consiglio che mi sento di dare, soprattutto a chi è alle prime armi, è quello di cominciare a scrivere di cose che sono alla vostra portata, di ambienti, materie, situazioni che conoscete bene e che padroneggiate. Questo vi aiuterà a comprendere i vostri limiti e quello che sarà necessario conoscere prima di iniziare lavori futuri.
Per esperienza, posso assicurarvi che serve come esercizio, davvero.
Per scrivere il mio “La città nascosta. Alla scoperta del mondo parallelo“, che era ambientato nella città in cui vivevo e che pure conoscevo bene, mi sono presa delle giornate intere per girare per le strade con gli occhi di un turista, annotandomi sensazioni, pensieri, emozioni. Mi è stato utile, e sapete perché? Perché troppo spesso diamo per scontato quello che abbiamo intorno. Quel palazzo è lì da sempre, quella panchina l’hanno messa prima che io nascessi, su quel ponte ci passo ogni giorno… eppure, quando camminiamo, non ci fermiamo mai a osservare i dettagli di quello che ci circonda. Ed ecco che, se alziamo gli occhi, quel palazzo ha delle finestre che non avevamo mai notato prima, e sulla panchina si siede sempre un signore col cappotto nero, mentre il ponte, visto da un’altra prospettiva, è completamente diverso da come sembrava camminandoci sopra…
Ecco, tutto questo passeggiare, guardare, annotare, sarà un’esperienza fondamentale per tutto quello che deciderete di scrivere in seguito, dopo aver acquisito consapevolezza.
Vale la pena lavorare per mesi sulla documentazione prima di procedere con la stesura, dimostrerete di essere competenti, attenti, precisi nel vostro lavoro. Siate pazienti e mai frettolosi, che la fretta è una cattiva consigliera.
Quella di scrivere è una vera e propria arte, che va coltivata, affinata, alimentata.
 Mel