Scelte

“Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce”, scriveva Blaise Pascal. Ho dovuto attraversare un periodo assai burrascoso per capire fino in fondo il significato di questo aforisma.

Scrivere è sempre stata la mia passione più grande, fin da quando ero bambina.

Desideravo pubblicare un libro, partecipare al Salone del Libro di Torino in veste di autrice e avere tanti lettori appassionati. Come capita spesso con i desideri, tuttavia, la mente tende a idealizzarli, a costruire attorno a essi merletti e castelli di carta pronti a crollare con la prima folata di vento, e così è accaduto a me.

Avevo idealizzato il mondo della pubblicazione, dell’editoria, persino quello della scrittura, fino a ritrovarmi catapultata in un mondo che sentivo sempre più stretto.

Ben inteso: è stretto per me, non è detto che debba esserlo anche per altri.

Come ho già avuto modo di dire altre volte, pubblicare un romanzo non significa affatto avere un folto pubblico di lettori. L’attività dello scrittore odierno non si ferma con la fine della stesura dell’opera, ma continua e, anzi, aumenta dopo l’uscita in libreria. Inutile, poi, soffermarsi a parlare di editoria – grande o piccola che sia – e della possibilità che un piccolo autore abbia di farsi conoscere in un oceano di pubblicazioni come quello italiano.

hustle-and-bustle-1738072_960_720Continuavo a scervellarmi alla ricerca di un’alternativa adatta a me e alle mie esigenze, ma, per quanto mi sforzassi, non riuscivo a decidermi. Credevo che un grande editore mi avrebbe permesso di raggiungere un numeroso pubblico, ma dopo aver ascoltato le testimonianze dirette di amici e conoscenti ho capito che quella strada non mi avrebbe condotta alla felicità. Immagino sia inutile dirvi che mi sia crollato un mito…

Avevo già sperimentato la piccola editoria e persino questa sembrava non soddisfare ciò che sentivo dentro di me. A un certo punto, mi sono resa conto di desiderare la botte piena e la moglie ubriaca, come si suol dire. Faticavo ad accettare di essere troppo timida, idealista e di accettare difficilmente i compromessi della grande editoria.

Poi, un giorno, ho deciso che tutte quelle seghe mentali erano solo grande spazzatura e che, come tale, dovevano uscire fuori dalla mia testa. Mi sono resa conto, allora, che non desideravo più sottostare a regole e convenzioni, di non volere che altri decidessero al posto mio cosa fare della mia storia: se cambiare trama e personaggi per seguire le tendenze del momento, per esempio, o se etichettare la mia opera sotto un genere e un target che non le appartenessero, spacciandola per qualcosa che non era. Queste sono alcune delle cose che un grande – ma anche piccolo – editore può fare, e a me tutto questo non andava bene, lo sentivo profondamente sbagliato.

Ci tengo a sottolineare che la mia non vuole essere una critica nei confronti degli editori né degli autori che si rivolgono a loro, ma solo una condivisione del mio sentire e della mia personale esperienza. Non ho nulla in contrario con chi decide di scegliere l’editoria tradizionale per le proprie pubblicazioni, va da sé che ogni autore abbia delle esigenze specifiche e le mie non rientravano e non rientrano tuttora nei canoni della tradizione.

Con ciò non voglio neppure dire che sia sbagliato modificare un testo e lavorare su di esso. Se avete letto questo blog, saprete che le critiche costruttive volte a migliorare siano benvenute e benaccette dalla sottoscritta. Non sono sicuramente queste le modifiche alle quali mi riferisco.

Presa coscienza dei miei limiti e delle mie possibilità, ho rivalutato le priorità che avevo nei confronti della scrittura. Il mio romanzo aveva bisogno di editing e di un parere professionale, cose non sempre scontate nell’editoria. Se alle big non potevo e non volevo accedere (preferisco infatti realtà più piccole e su misura per me), il problema di editing e di valutazione del testo si faceva importante. Non tutti i piccoli editori, infatti, hanno un editor. Era la prima volta che mi cimentavo in un genere e un target diversi dai miei soliti e la mia insicurezza mi spingeva a desiderare ardentemente che qualcuno potesse valutare in modo oggettivo il mio testo. Alla fine mi sono decisa a selezionare una strettissima cerchia di editori, che si è ridotta ulteriormente a una sola casa editrice della quale conoscevo le politiche e il modus operandi. Le ho inviato il mio romanzo, ben consapevole che con ogni probabilità sarebbe stato scartato per motivi di genere e così è stato, ma ho voluto tentare.

I mesi di attesa mi sono serviti molto per comprendere cosa realmente volessi per la mia opera. Sono arrivata preparata al rifiuto di quell’unico editore che avevo selezionato con attenzione e così oggi sono qui ad annunciarvi di aver scelto il self publishing. Mi sono affidata a una editor per limare il testo e colmare le lacune, attualmente sto lavorando per concludere l’editing e nei prossimi mesi saprò dirvi di più.

background-3332559_960_720Per ora ciò che importa è aver compreso di non voler essere io a adeguarmi alle regole, se queste finiscono per limitare la mia libertà personale. Donerò al mondo la mia creatura di carta e inchiostro e voi lettori potrete farne ciò che più vi aggraderà. Io ho deciso di mettervi un punto, di assecondare la caparbietà di B. – la protagonista del mio romanzo – nell’essere libera da schemi e costrizioni. E no, nel caso in cui ve lo steste chiedendo, non vuole suonare come un atto di eroismo, il mio. Sono al contrario ancora piena di dubbi e domande, ma, come accade a una madre che desidera la felicità del proprio figlio, così i miei personaggi hanno deciso la loro strada e io non posso fare altro che seguire le loro volontà.

Con questo mio post volevo solo far comprendere che il cuore sa fin dal principio ciò che è meglio per noi, è la mente a sviare e a creare sofferenza. Io ho accettato i consigli del mio cuore e per questo so di aver fatto la scelta giusta per me.

Non affidatevi troppo alla mente, mi raccomando.

Detto questo, buone letture e buone scritture, ci leggiamo presto!

Mel

 

[Fonte immagini: Pixabay]

 

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Tirare fuori i sogni dal cassetto

Sono mesi che non scrivo su questo blog, e me ne dispiace, ma ho vissuto esperienze così intense in questo periodo che con ogni probabilità non basterebbe un libro a racchiuderle tutte.

Aspettavo da un anno e mezzo di potervi dare una notizia e alla fine è giunto il momento. Sono così felice da non stare più nella pelle, perché quello che sto per annunciarvi (anche se per ora resta una news parziale) riguarda un romanzo a me molto caro, il più importante che io abbia scritto fino ad ora.

Un anno fa di questi tempi lavoravo a “L’arte di scrivere – Regole, tecniche e consigli di scrittura creativa” e mi preparavo agli incontri nelle scuole medie ed elementari per parlare di scrittura e di libri con i più piccoli.

Due anni fa usciva nelle librerie il mio “Sogni di Carta”, mentre quattro anni fa, a breve, sarebbe uscito “La città nascosta. Alla scoperta del mondo parallelo”.

A quattro anni di distanza dal mio battesimo nell’editoria, dopo mille peripezie e tre libri pubblicati, ho un altro romanzo nel cassetto, qualcosa che si discosta molto dai precedenti tre e seguirà una strada molto diversa dagli altri.

destinazione sogniCi sono libri ai quali non piace essere imbrigliati, catalogati. Ci sono personaggi che seguono la loro strada con testardaggine e alla fine la trovano. La mia B. avrebbe voluto scegliere una via più semplice e tradizionale, ma alla fine ha optato per qualcosa di più consono alla sua personalità. E allora ha scelto di viaggiare in lande sconosciute, di esplorare terreni nuovi, con l’ambizione di approdare, presto o tardi che sia, alla sua Tir na nOg, dove tutto è possibile ❤

Ebbene sì, ora posso dirlo: pubblicherò un nuovo romanzo! Tutti i dettagli rimangono ancora celati, alcuni, di fatto, non li conosco ancora, però pian piano sparpaglierò indizi (soprattutto sulla pagina Facebook) per ingannare l’attesa.

Vi tengo aggiornati!

Mel

Lontano dalla città

Non so se avete la fortuna di possedere un luogo del cuore, un posto in cui rigenerarvi, ricaricarvi, e che, quando vi sentite giù di morale, stanchi e affannati dalle incombenze quotidiane, vi chiami a gran voce, reclamando la vostra presenza.

Se lo avete anche voi, come me, siete persone fortunate.

Il mio si trova a qualche chilometro di distanza da dove abito, non ci vado spesso, ma quando capita mi regala emozioni indescrivibili.

E, meraviglia delle meraviglie, la Natura ha sempre un dono per me, mi riaccoglie come una figlia rimasta lontana per tanto tempo.

Sul sentiero mi riempio gli occhi di verde e il cuore di bellezza, perché non esiste altro posto diverso da questo che sento di poter chiamare Casa.

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Tappeti di edera proteggono il terreno, talvolta si gettano nel vuoto, formando cascate di foglie.

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Una stella verde si muove. Spuntano due zampe lunghe, fragili e scure. Spiccano un balzo e infine la vedo: una rana minuscola, così piccola che quasi si fatica a vederla. La vedete anche voi?

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I castagni, maestosi padroni del bosco, con i loro tronchi cavi sono rifugio, riparo. La luce passa dall’alto del fogliame e giunge fin dentro il tronco, che si trasforma in una cattedrale di legno.

 

Pietre su pietre testimoniano il passaggio di antiche popolazioni, e poi lì, nel folto del bosco, si arriva a toccare il torrente, con la sua Memoria d’acqua.

Le foglie cadute formano un tappeto sulla superficie, sembra quasi di poterci camminare sopra.

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Acqua e Terra raccontano storie a chi ha il dono di poterle ascoltare.

E allora riempio le orecchie dei sussurri del vento, prendendo appunti nel taccuino che tengo sempre pronto nella mia mente, in occasioni come queste.

E’ venuto il momento di rimettersi a scrivere, di percorrere nuovi sentieri.

Grazie Autunno, grazie Settembre e grazie Natura: siete la fonte d’ispirazione migliore per me.

Mel

Tutto torna

829be782-74ba-43ce-9b76-212a89860afdE infine è tornata la voglia di candele accese, di perdersi nel veder danzare la fiamma.
Sono tornate le giornate del tè caldo al pomeriggio, della carezza delle calze e della coperta.
È tornato il momento di riconquistare del tempo per sé, di restare in silenzio ad ascoltare il rumore che fanno le foglie che cadono, i pensieri vecchi che lasciano spazio a quelli nuovi, leggeri come l’ultimo salto dal ramo dell’albero alla terra soffice e scura.
È di nuovo il momento di aprire il quaderno, il diario, di togliere il tappo alla penna e lasciar fluire le emozioni nere d’inchiostro sul foglio immacolato.
È  l’ora di rimettersi a scrivere, di vivere ancora e ancora attraverso le parole scritte per personaggi nuovi.
È  tempo di trasformazione, il più bello dell’anno per me 

Mel

Creare ponti, spezzare confini

«È qui che voglio stare.»

È la frase di una storia che ho scritto e che continua a essere il mio modus vivendi, da quando ne ho salutato i personaggi.

Non c’è giorno che passi senza che io rivolga loro un pensiero, e loro ne rivolgono uno a me, facendomi sapere che la loro vita si è estesa ben oltre la parole “Fine”, scritta ormai  nove mesi fa. Il nostro appare come uno scambio epistolare, che si muove sul vento dell’ispirazione, effimero, virtuale, ma non per questo meno realistico. Non ci saranno altre parole, oltre quella fine, ma ci sono ancora mille emozioni da vivere insieme, a distanza, cavalcando le onde di un oceano impetuoso al ritmo di un cuore che pulsa, sotto la superficie di una pelle di foca.

L’immagine inserita in questo post è una delle tante “cartoline”, una prova che i personaggi che abbiamo amato non ci abbandonano mai e che la lor o essenza continua a scorrere nelle nostre vene d’inchiostro per sempre.

Ancora una volta devo ringraziare Pascal Campion, per la sua arte che crea ponti invisibili, che spezza i confini tra fantasia e realtà.

Mel

Un sogno, un segno.

Alcuni sogni ci accompagnano dalla tenera età per non abbandonarci più.

Ci segnano, ci guidano, ci definiscono come persone.

Una notte di tanti anni fa feci un sogno molto simile all’immagine qui sotto e quell’attività notturna della mia mente infantile mi segnò a tal punto che ancora oggi ne ricordo dettagli, contorni, messaggi.

Alcune cose non si dimenticano, si avvinghiano al cuore e all’anima con la tenacia dell’edera.

Quel mio sogno si traduce in un’unica, semplice e bellissima parola. È un marchio a fuoco che non va via, che a volte fa male, altre ancora ha il sapore della conquista:

LIBERTÀ.

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Mel

[Illustrazione di Pascal Campion]

La segretezza perduta degli autori

C’è stato un tempo in cui l’autore non aveva alcun bisogno di farsi conoscere. Rimaneva nell’ombra, non rilasciava interviste né era obbligato a comparire in pubblico, a rivelare i retroscena della sua arte.

Be’, quei tempi sono finiti da un pezzo.

Non so in quanti si siano chiesti in che modo sia cambiata la figura dell’autore nel tempo. Nessuno, inoltre, credo si stia domandando quanto possa costare rivelare il dietro le quinte della stesura di un romanzo al pubblico di lettori.

Viviamo in un mondo in cui essere social significa esistere. Ormai viene dato per scontato che ogni persona debba avere un profilo pubblico, consultabile in qualsiasi momento e da chiunque. Da questo aspetto non vengono esclusi gli scrittori, implicitamente obbligati a diventare veri e propri personaggi pubblici, pronti a condividere ogni istante della propria vita con i lettori, avidi di informazioni, desiderosi di curiosare sulla scrivania di chi scrive, ma anche nella sua casa, nella sua vita privata e quotidiana.

Mesi fa lessi Daphne di Tatiana De Rosnay, biografia della scrittrice Daphne du Maurier. Per chi non la conoscesse, Daphne è l’autrice, tra gli altri, di Jamaica Inn, Mia cugina Rachele, Rebecca la prima moglie e Gli Uccelli, questi ultimi due trasposti sul grande schermo da Hitchcock. Daphne era un’autrice sui generis già ai suoi tempi, e ne faceva un vanto. Rilasciò interviste solo in età avanzata e a seguito di continue insistenze, non amava posare davanti alla macchina fotografica per vedere una sua immagine pubblicata sui giornali e non desiderava esporsi. Sosteneva, infatti, che un autore dovesse essere apprezzato per la sua scrittura e per le opere partorite dalla sua fantasia, e non per il suo aspetto o per qualche intervista comparsa sui Daphne du Mauriergiornali. Eppure, nell’arco della sua vita, Daphne poté essere testimone di un cambiamento che sarebbe degenerato sempre di più, fino ad arrivare ai giorni nostri.

La nostra modernità ha trasformato lo scrittore nella macchietta di se stesso. Non è difficile vedere autori che elemosinano vendite, fermando i passanti alle fiere di settore per provare a vendere una copia del loro ultimo romanzo. Ci sono autori che fanno volantinaggio o che intasano di pubblicità le bacheche di Facebook, Twitter e Instagram con la speranza di accaparrarsi lettori, o anche solo una manciata di visualizzazioni.

E, a proposito di visualizzazioni, sono quelli i numeri che importano, ormai. Più si è visualizzati, più si ha possibilità di esistere in quel mare di volti e di stimoli che è il web, dove tutto è immagine e apparenza.

Per essere conosciuti e costruirsi un solido numero di lettori, bisogna inventarsi mille capriole letterarie, contenuti sempre nuovi e stimolanti. Nascono allora i blogtour, gli incontri esclusivi con gli autori ai quali partecipare per conoscere importanti retroscena del loro lavoro, le presentazioni, le video-interviste, le dirette su Facebook… ed ecco che lo scrittore, da dietro la scrivania, viene chiamato a uscire dalla sua solitudine per finire sotto i riflettori di blogger e lettori impazziti.

Dopo aver letto un libro, oggi siamo semplicemente abituati a porci delle domande. Siamo naturalmente spinti a digitare sulla barra di ricerca di Facebook il nome e il cognome dell’autore. Siamo insoddisfatti, non ci basta più l’ultima pagina dell’opera che abbiamo letto e apprezzato, vogliamo ulteriori contenuti, li pretendiamo, quasi. Se non troviamo notizie pubbliche sull’autore del cui libro ci siamo affezionati, rimaniamo delusi e con l’amaro in bocca.

Un tempo, però, non era così, e non parlo del pleistocene… Quando ero bambina, o anche adolescente, non avrei mai pensato di poter parlare con il mio scrittore preferito. Il libro era l’unico contatto che avessi con lui, e aspettavo con trepidazione ogni nuova uscita dell’autore che amavo, perché mi avrebbe permesso di tornare nel suo mondo, di sognare e viaggiare con la mente grazie alla sua penna.

Ormai tutto questo non basta e bisogna improvvisarsi attori. La società nella quale ci troviamo ci impone di mostrare agli altri quello che siamo, il nostro mondo, e non importa quanto privato possa essere. Anzi: quanto più è privato, tanto più sarà interessante agli occhi del pubblico.

“Ogni segreto dell’anima di uno scrittore, ogni esperienza della sua vita, ogni qualità della sua mente è scritto in grande nelle sue opere”

Virginia Woolf

La scrittura è un’arte molto intima, rispetto ad altre espressioni artistiche. È risaputa la caratteristica terapeutica dello scrivere, non è un segreto, dunque, che gli scrittori  – anche se non tutti – inseriscano molto di loro nelle proprie opere, nascondendovi spesso anche traumi appartenenti al passato. Scrivere significa saper scavare nei recessi della propria anima e tirarvi fuori tutto ciò che di buono – o di cattivo – vi abbiamo sepolto, e non è detto che si voglia condividere tutto questo in modo diretto. Ci sono dei passi che vengono scritti con il cuore in mano e con tutta la fragilità dell’essere umani. Ci sono brani che sono costati dolore, scritti quasi con il sangue. Non è detto che un autore desideri parlare di tutto questo con i propri lettori e svelare le motivazioni che lo hanno spinto a scrivere una scena in un determinato modo.

Va da sé che ognuno sia libero di fare ciò che vuole. Il problema, però, è che la società spesso non lascia la libertà di scelta che spetterebbe: o si è social, oppure si è fuori dal sistema e tanti cari saluti. Non esistono le gradazioni di grigio, ma solo il bianco e il nero.

È di poche ore fa la notizia che ha visto J.K. Rowling attaccata dalla collega scrittrice Joanna Trollope per via del suo essere costantemente attiva su Twitter, dove interagisce con i suoi follower e sente il bisogno di esprimete la propria opinione sulla politica e quant’altro. «È deprimente pensare che tanti aspiranti autori guardano a questi scrittori famosi con milioni di follower e pensano che questo sia il modo in cui bisogna operare. Non lo è affatto: in realtà è proprio il contrario», ha affermato la Trollope.

In parte mi trovo d’accordo con la sua opinione, perché per via di chi continua a sbandierare il proprio lavoro sui social, ci rimette – e tanto anche – chi social non lo è affatto. A questo punto, dunque, la libertà di scelta si riduce di molto, e ci si trova divisi tra il venire meno ai propri principi o la rinuncia ad avere un folto pubblico di lettori, forti e sempre attenti.

Stando così le cose, posso dire di apprezzare e comprendere gli scrittori che si tutelano dietro uno pseudonimo. Un tempo, forse, avrei pensato ingenuamente che fossero vigliacchi, privi di una qualsiasi autostima e che si vergognassero del proprio operato. Ora, invece, sono arrivata a comprendere la scelta che si trova a monte. Dietro uno pseudonimo si cela la volontà di tutelare la propria opera e la propria persona, di non sentirsi costretti a finire sotto i riflettori, a condividere il proprio mondo interiore con degli sconosciuti. Il falso nome permette di essere apprezzati solo e soltanto per quello che si è scritto, eliminando ogni superficialità.

E a chi dice che chi pubblica sotto pseudonimo non potrà raggiungere alcun successo, rispondo che esistono casi significativi in cui è accaduto esattamente il contrario. Virginia de Winter e Elena Ferrante sono solo due nomi di scrittrici che si sono fatte conoscere pur non comparendo in pubblico e non mostrando alcuna foto di sé.

Do ragione alla Trollope quando dice che tutto questo esibizionismo non deve essere considerato come la normalità. Non posso che essere concorde anche sull’opinione che l’espansività di alcuni autori finisca per nuocere, indirettamente, anche alla letteratura: si dà più importanza al personaggio-autore che non al contenuto dei suoi libri, e questo va contro lo scopo della scrittura stessa.

Credo fermamente che ognuno debba avere la libertà di comportarsi come meglio crede, ma ci vorrebbe il rispetto per le scelte altrui, qualsiasi esse siano, con la consapevolezza che non tutti gli scrittori sono pronti a condividere la propria vita con i lettori, ma non per questo devono essere meno meritevoli di altri.

Mel